hôpital

it’s hard to tell the nighttime from the day… ou la nuit d’une anesthésiste italienne.

Me serais-je trompé ? Le serait-il peuplé de tant de petites lumières pour nous guider dans le brouillard ? Il ne faut pas chercher loin ni longtemps pour les rencontrer, et recevoir ces messages de fraternité humaine et d’espoir que tout n’est peut-être pas perdu.

Quelli che lavorano di giorno non sanno quello che succede di notte: non possono comprendere la stanchezza, l’adrenalina che non fa dormire il giorno dopo, il freddo, il mal di collo, la nausea e il reflusso, perché non è lo stesso di una notte brava o di una notte di preoccupazioni o di risvegli del pupo. A volte poi ti guardano come un eroe, per questi turni di merda, e non è male in effetti, ma eroe mica lo sei. 

Non sanno che di notte si dicono anche cazzate a volte. Che magari finisci a chiamare un’altra rianimazione per avere in prestito qualcosa che ti serve- e quanto ti par bello il prestare una macchina che serve ad un altro malato in un altro ospedale, col tacito accordo di ridarla se il padrone ne avesse bisogno, subito – e ci trovi un amico, di guardia nell’altra rianimazione, e così ti trovi a sparare minchiate, alle tre del mattino, dopo anni, mentre cerchi un modo di portar a casa la buccia di qualcuno. E così, già che ci sei, gli chiedi un parere, ché di notte non c’è orgoglio, hai ricevuto chissà quante chiamate da posti lontani che chiedevano solo un consiglio, e quanta tenerezza ti hanno fatto, e questa volta chiedi tu, in quell’orario ancora troppo lontano dall’alba per iniziare a pensare che sia finita, chiedi un consiglio ad un amico più vecchio, più esperto, esponi parametri, poi torni a dire puttanate quando ti rassicuri sul fatto che non c’era di meglio da fare. No, non lo sa la gente che anche in mezzo al peggio si può esser leggeri, senza perdere il rispetto. 

Non lo sa la gente che c’è il rito della tisana, in rianimazione, non prima di mezzanotte però. È l’ora in cui aspetti gli esami della notte, e si sta tutti attorno a una scrivania, le luci basse, le tazze in mano a scaldarsi. Si è placato il casino di inizio turno, si spera in un prosieguo di calma. Errore. Mai sperare. 

Non sa la gente che poi c’è l’attacco di fame, verso le tre e mezza. Ma patatine? Ne abbiamo? Chiedi quasi disperata, e ci sono sempre patatine, la rovina della notte. Facile essere magri se vivi di giorno, mangi in mensa, hai orari sensati e magari tempo di fare sport o camminare a lungo. Alla compulsione da patatine è durissima resistere, ti ci getti addosso come un disperato, ti ungi le mani e la bocca, ti fai venire una sete devastante che ti ammazzerà fino al giorno dopo alle 18. 

Non sa la gente che poi viene il momento della perdita di conoscenza, verso le quattro e mezzo, quando non ti accorgi nemmeno di come e ti svegli di soprassalto su una sedia scomoda, il collo piegato come una graffetta, un freddo cane nelle ossa e vedi che hai dormito quattro minuti, senza ricordarti come tu sia sprofondato. 

No, non lo sa la gente di come a volte tu odi questo mestiere, profondamente, e ti rammarichi di non aver fatto scelte sensate. Non sa nemneno di come a volte tutto questo mondo sia proprio la tua casa, e di quanto affetto struggente tu nutra per esso, nonostante tutto.


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